100 anni con Dossetti

100 anni con Dossetti

Si apre lunedì prossimo a Bologna l’anno Dossettiano: un anno per ricordare Giuseppe Dossetti nel centesimo anniversario della nascita che ricorre il 13 febbraio del 2013.

Questo il programma della giornata di apertura:

Ore 18,30 – Basilica dei Santi Vitale e Agricola – Bologna, Via San Vitale, 50 – SANTA MESSA presieduta dal Card. CARLO CAFFARRA

Ore 20,45 – Biblioteca dell’Archiginnasio, Sala Stabat Mater – Bologna, P.zza Galvani, 1 – LA CENTRALITA’ DELLA PAROLA DI DIO NELLA VITA DELLA CHIESA: IL CONTRIBUTO DI DON GIUSEPPE DOSSETTI

Introduzione di Don ATHOS RIGHI – Relazione di Mons. LUCIANO MONARI

Qui l’intero programma degli eventi distribuiti su tutto l’anno.

Cogliamo anche noi l’occasione per ricordare Giuseppe Dossetti e lo facciamo con uno scritto di Benigno Zaccagnini. si tratta della bella introduzione che “Zac” scrisse per il libro di Salvatore Fangareggi “Il Partigiano Dossetti”. Con questo scritto intendiamo ricordare anche lo stesso Zaccagnini del quale il prossimo 17 aprile ricorrerà il centenario della nascita.

Nell’itinerario spirituale, civile e politico di Giuseppe Dossetti -dalle prime lontane scelte professionali all’impegno pubblico in prima fila, tra i protagonisti, gli interpreti, i dirigenti della Democrazia cristiana, fino alla consacrazione sacerdotale -la Resistenza, la partecipazione alla lotta armata contro il fascismo e il nazismo, rappresentano un momento fondamentale: è in questo periodo, infatti, nel confronto tormentato e sofferto tra la personale vocazione di pace e di carità e la necessità di decisioni imperiose imposte dal quotidiano sanguinoso svolgersi degli avvenimenti, che si rivelano alcuni tratti essenziali della personalità e dell’animo di Dossetti e si maturano taluni convincimenti politici destinati a costituire una caratteristica dominante della sua opera e del suo messaggio.

È merito di questa ricerca di Fangareggi, condotta con intelligenza e chiarezza sui non molti documenti oggi a disposizione degli storici, di averci riportato a queste fonti dell’itinerario dossettiano, quali risaltano dal quadro obiettivo delle difficoltà, degli ostacoli, dei condizionamenti di un ambiente -quello reggiano e in genere emiliano- particolarmente difficile per quei cattolici che, in virtù di una propria coerenza morale e religiosa, intendevano scendere in campo contro la violenza e la sopraffazione.

Opportunamente l’autore ricorda che in quel periodo -siamo nel 1943 -quando la degenerazione fascista e l’occupazione militare dei tedeschi imponevano scelte precise e immediate di resistenza e di lotta, i cattolici (e specialmente il gruppetto di laureati cattolici che operavano nella zona) interrogandosi sulle caratteristiche da imprimere al proprio impegno politico, dovevano «partire da zero». In genere gli ambienti cattolici, a causa dell’assenza di attività politica nel corso del ventennio fascista, «difettavano di preparazione politica. Particolarmente lacunosa la conoscenza delle dottrine politiche, a cominciare dal marxismo». Anche durante la lotta partigiana -nota ancora Fangareggi -e nelle preoccupazioni d’ordine «militare» che sovrastavano qualsiasi altro pensiero, ci fu «scarsa formazione culturale e politica delle organizzazioni ribelli cristiane». Era insufficiente anche «la capacità delle forze cattoliche di disporre di dirigenti all’altezza di svolgere le funzioni di commissari politici». Inoltre, «in campo cattolico si trattava di superare la diffusa mentalità di tipo qualunquistico, ostile alla attività politica, e di sviluppare la consapevolezza della necessità dell’impiego pubblico soprattutto nella gravità del momento storico».

Di questa situazione troviamo, appunto, un’eco dolorosa e grave in un passo della lettera che il 27 marzo del 1945 la «Giunta per la Montagna del Movimento Democratico Cristiano» aveva inviato a tutti i parroci, e che era stata redatta dallo stesso Dossetti: «I più vicini alla Chiesa e al parroco -scriveva Dossetti -sia detto senza passione, non si sono mostrati, negli ultimi tempi, più dotati di fortezza cristiana e di senso di responsabilità».

Dossetti, dunque, «si trovava ad agire fra difficoltà colossali» aggravate da arresti, esecuzioni, talvolta imboscamenti, ed accentuate anche da una certa diffidenza «del clero nei confronti della nascente Democrazia cristiana».

Alla scelta resistenziale, ed alla guerriglia in montagna, Dossetti era giunto attraverso un suo personale tormento morale. Aveva all’inizio (come ricorda Ermanno Gorrieri) forti dubbi sull’opportunità della lotta armata, sostenendo che «il dovere di ogni cattolico era quello di dedicarsi esclusivamente all’attività assistenziale». Poi l’aveva accettata, dapprima con esitazione, quindi con grande convinzione, ma non senza sofferenza. Dossetti, però, «non fu mai armato, e dedicò il suo massimo sforzo a salvare vite umane».

Eppure, nella lettera del 18 gennaio 1945 al capo delle Fiamme Verdi egli esalta «le vostre giornate di eroismo e di sangue», ed esprime «ammirazione ed orgoglio per quanto avete compiuto».

Non poteva accettare, tuttavia, l’inasprimento di certi metodi di lotta, soprattutto da parte delle formazioni di estrema sinistra. In una sua lettera del 13 febbraio del 1945, riferendosi appunto ai partigiani comunisti, egli disapprova «l’aumentare delle uccisioni arbitrarie e senza controllo, il ripetersi di azioni isolate contro tedeschi che hanno portato a rappresaglie spaventose: contro tre morti tedeschi oltre sessanta patrioti e civili innocenti. Imprescindibili pregiudiziali di ordine morale e politico ci impediscono di assumere ancora la responsabilità di tutto quanto loro compiono sotto il titolo di lotta di liberazione». Fangareggi ricorda, però, che una rottura tra formazioni cristiane e formazioni comuniste, in Emilia non avvenne mai, e che la stessa presenza di Dossetti in montagna aveva contribuito ad attutire molte tensioni. In realtà durante la guerra partigiana, Dossetti aveva conosciuto a fondo i comunisti. Così come ne aveva ammirato il coraggio (<<C’è da essere fieri -aveva detto a metà aprile del 1945 -di aver avuto compagni di lotta questi giovani garibaldini») altrettanto ne aveva compreso la capacità di lotta e di proselitismo, la tenacia e la dedizione, respingendone, invece, la spregiudicatezza vicina, spesso, al cinismo. Non poteva condividere, naturalmente, l’ideologia e la dottrina, la concezione politica e sociale dei comunisti, ma percepiva la carica rivoluzionaria ed umana del loro impegno.

Un altro motivo di tormentata meditazione era, per Dossetti, l’interrogativo riguardante lo sbocco futuro della presenza pubblica dei cattolici: la costituzione, cioè, di un «partito cattolico» oppure l’adesione dei cattolici a molteplici formazioni politiche? Dossetti è, all’inizio, per la seconda soluzione, che eliminerebbe, come egli dice, anche l’ombra del sospetto di una possibile influenza della Chiesa in campo politico. Ma poi, dal settembre del ’43, di fronte al diffondersi delle specificazioni ideologiche in tutti i gruppi partigiani, ed attraverso i contatti con i dirigenti clandestini del movimento democratico cristiano, accetta con una certa riluttanza (lui che più tardi sarà giudicato, con superficiale approssimazione, integralista) l’idea della formazione di un «partito di cattolici» sia pure aperto anche ai non credenti.

Dossetti, indubbiamente, guardava lontano. «Una volta cacciati i tedeschi -diceva allora -non sarà possibile restaurare le antiche strutture dello Stato prefascista, che escludeva in gran parte i lavoratori dalla partecipazione alla vita civile». E a proposito del carattere che avrebbe assunto il partito della «Democrazia cristiana» è molto significativa la lettera, che abbiamo già ricordato, del 27 marzo 1945 ai parroci. «La fiducia nel nostro movimento da parte dei sacerdoti -scrive Dossetti -è la condizione prima della sua affermazione e della sua efficacia. La DC non vuole essere un movimento conservatore». Tra capitalismo e «sinistra», aggiunge Dossetti, «l’ideologia più radicalmente anticristiana, non è la seconda, ma la prima». La DC tende «ad una realizzazione tutta cristiana di giustizia e di libertà. I sacerdoti sappiano additare ad ogni coscienza tutte le responsabilità che il momento impone, anche sociali e politiche. Non si può pensare che la presente crisi possa essere superata, se non riusciamo a distogliere gli uomini più retti e competenti da quell’assenteismo e da quel disinteresse per ogni responsabilità politica, che sono oramai divenuti una secolare tradizione della vita italiana». Nei confronti del comunismo, con spirito nettamente antintegralista, diceva: «Riteniamo che si debba distinguere tra piano ideale e piano politico».

La lettera -come osserva Fangareggi -ebbe accoglienze varie, «non comunque entusiastiche».

Qualche anno più tardi, dopo l’esaltante stagione della Costituente, e nel pieno dell’esperienza di «Cronache sociali», al Congresso nazionale della DC del 1949 a Venezia, Dossetti dirà: «Ci si presenta il problema di liberare parte notevole della classe operaia dal PCI. Andare a sinistra non vuol dire stendere la mano, illudersi, addormentarsi. Ma il modo di mantenere i consensi sta proprio in un atteggiamento altrettanto virile verso i ceti conservatori di quello che noi prendiamo e abbiamo sempre preso nei confronti dell’estrema sinistra».

A Venezia, Dossetti non riuscì a imporre al partito una scelta in senso incisivamente sociale: qualcuno parlò di una sua «sconfitta», il che, forse, è esagerato. Sta di fatto, comunque, che quello fu il preludio dell’abbandono della vita politica.

Nel ritiro di Dossetti, a parte le profonde motivazioni di fede, c’è anche chi ha voluto vedere il segno di un fallimento di quel «dossettismo» politico che tante speranze ed entusiasmi aveva a suo tempo suscitato. Dossetti fu un precursore, in anticipo sui tempi: con lui, come accade con tutti i precursori, non si può parlare di fallimento. Il seme che i profeti hanno gettato non va mai perduto: lo si ritroverà nei temperamenti, nelle immagini, nella realtà di quel futuro che essi hanno contribuito a costruire.

Benigno Zaccagnini, Gennaio 1978

 

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Scritto da: Redazione

Categoria: Comunità, Memoria, Speranza
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1 commento

  1. Ho letto con viva partecipazione la limpida e sintetica ricostruzione dell’iniziale itinerario politico di Giuseppe Dossetti, da parte dell’”onesto Zaccagnini”. Ho conosciuto entrambi. In particolare sono stato un paio di volte a Rossena, quando il prof. Dossetti era ancora impegnato in politica: ricordo che guidava la nostra riflessione, di cui mi sfuggivano diversi aspetti, per comprensibile disinformazione, avendo sul tavolo la Bibbia e un testo di San Tommaso. Inizialmente ho vissuto con delusione il suo abbandono della politica. In realtà, più che di abbandono, si è trattato di un altro modo di vedere e di servire la politica, com’è risultato chiaro quando, in maniera carsica, è riemerso il suo impegno per la difesa della Costituzione. L’approfondimento spirituale e teologico del Concilio, che lui ha condotto in memorabili incontri e discorsi, ad alcuni dei quali ho avuto la fortuna di assistere, mi ha fatto aprire una finestra sul nodo centrale del Cristianesimo, che è il mistero del dolore. Penso che da quella finestra, più che luce, sia entrata aria pura.

    17 febbraio 2012 @ 20:00